La “resilienza”. Ovvero: il fallimento non esiste.

La “resilienza”. Cos’è?

“Quando hai davanti un ostacolo, devi raccogliere la sfida”, ci insegna Louis Zamperini, campione olimpico recentemente scomparso, protagonista di “Unbroken”, il film presentato nelle sale italiane a fine gennaio, diretto da Angelina Jolie.
Reduce da un campo di prigionia giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale, Zamperini è sicuramente tra i rappresentati più significativi e memorabili di quella che gli americani chiamano “resilience”, ovvero l’arte di resistere ai colpi.
Dopo un drammatico incidente aereo durante la seconda guerra mondiale, Louis Zamperini trascorre 47 strazianti giorni su una zattera con due compagni di equipaggio, prima di essere catturato dalla marina giapponese e inviato in un campo di prigionieri di guerra.

Da dove nasce questa capacità di resistere anche alle prove più dure e apparentemente insostenibili? “L’elasticità nei confronti delle situazioni drammatiche e traumatiche è un prodotto complesso che unisce fattori genetici, psicologici, biologici, sociali e morali”, dice Dennis S. Charney, professore di psichiatria e neuroscienze, decano della Icahn School of Medicine del Mount Sinai Hospital e uno fra i massimi esperti dell’argomento. Insieme al collega Steven M. Southwick, professore di psichiatria alla Yale Medical School, Charney ha firmato il saggio “Resilience: the science of mastering the life’s greatest challenges” (Resistenza: la scienza di padroneggiare le grandi sfide della vita). “Ci siamo chiesti cosa fa sì che alcune persone sopravvivano e superino le difficoltà, conducendo una vita significativa per sé e per gli altri, mentre altre finiscono con l’essere vittime di un disturbo post traumatico da stress o dipendenti da alcool e droga”.
Per comprendere a fondo questi delicati meccanismi psicologici, Charney e Southwick hanno intervistato (per quasi 20 anni) vittime di abusi, povertà, crimine, ma anche prigionieri di guerra e sopravvissuti a disastri naturali. Alcuni soggetti si sono rivelati più “resistenti” di altri, ma la conclusione principale è stata questa: “Tutti possediamo la capacità di affrontare le difficoltà”.

Il segreto è dentro di noi

Quindi la resistenza non è un’esclusiva predisposizione genetica di pochi fortunati.
“In comune, le persone che hanno dimostrato elasticità nei confronti delle difficoltà hanno alcune caratteristiche. La prima è un ottimismo radicato nella realtà. Alcuni, infatti, vedono naturalmente il bicchiere mezzo pieno”, spiega Charney. Ma i geni, non sono il destino.
“Il tipo di ottimismo che serve non è quello alla Pollyanna, piuttosto è la convinzione radicata dentro di sé di potercela fare”.
La seconda caratteristica riguarda l’esistenza di modelli: “Tendenzialmente, le persone che trionfano sulle difficoltà hanno qualcuno a cui ispirarsi”.
La terza variabile è rappresentata da una convinzione, un credo morale o religioso che, di fronte a qualsiasi difficoltà, permette di dare un senso alla propria esperienza, senza sentirsi vittime.
Credere fortemente in qualcosa, fornisce una smisurata capacità di affrontare le proprie paure, favorisce la volontà di aiutare e di farsi aiutare dagli altri e sviluppa la determinazione ad accettare il proprio destino per andare avanti.

L’importanza dell’allenamento

“I reduci che abbiamo intervistato ci hanno confessato di aver fatto appello alle esperienze precedenti della loro vita per affrontare le difficoltà.
Gli scienziati comportamentali chiamano questa modalità di far fronte ai rischi “inoculazione da stress””, prosegue Charney.
Esporre le persone a situazioni difficili è il metodo per insegnare come gestirle.
Anche l’educazione, dunque, gioca un ruolo importante: “Se cresci in un ambiente privo di stress, non sei preparato ad affrontare le difficoltà che, inevitabilmente, la vita presenta”. A questo proposito, il ruolo della famiglia e degli educatori è determinante: “Sono un grande sostenitore del fatto che, mentre circondiamo i nostri figli di amore, dobbiamo aiutarli a uscire dalla loro ‘comfort zone’, metterli davanti a delle sfide che possono gestire per costruire una ‘cassetta psicologica degli attrezzi’ che gli sarà utile per tutta la vita”, aggiunge l’esperto che ricorda la lezione più importante tratta dalla ricerca: “Possiamo affrontare quasi qualsiasi cosa e uscirne più forti, ma non bisogna mai arrendersi. Alla fine, ci stupiremo delle risorse che abbiamo dentro di noi”.

L’allenamento per resistere alle avversità, si può basare su 5 idee e obiettivi:

1. Datevi uno scopo
Identificate quello che volete raggiungere nella vita, tenendo conto di quali siano i vostri punti di forza. Questa consapevolezza sarà sempre utile, perché porta alla luce le risorse che potrete sfoderare quando le cose diventano difficili. “I vostri talenti, infatti, sono quelli a cui vi appellerete per farvi da guida”, avverte Charney.

2. Affrontate le vostre paure
“Le persone coraggiose non sono persone senza paura, ma che hanno scelto di superarla attraverso l’azione”, sottolinea l’esperto. Anche nella quotidianità, affrontare le proprie paure contribuisce ad aumentare l’autostima e dunque a essere più resistenti nei confronti delle difficoltà.

3. Costruite una rete sociale
Poche persone possono attraversare le difficoltà da sole, per questa ragione è determinante avere una rete di amici e di familiari su cui poter contare nei momenti difficili. “I soldati reduci dei campi giapponesi ci hanno detto che senza il sostegno degli altri prigionieri non sarebbero riusciti a sopravvivere”, fa sapere l’esperto.

4. Allenate il vostro corpo
L’esercizio fisico non è solo un modo per insegnare al proprio corpo a essere attivo, a non arrendersi, ma aiuta anche a rafforzare la propria volontà nel raggiungimento di un obiettivo, senza contare i relativi benefici sul fronte della produzione delle endorfine.

5. Adottate o sviluppate un sistema di valori
I valori che non possono essere sradicati forniscono protezione nei momenti di difficoltà. “Inoltre, possedere dei punti cardinali a cui fare riferimento nei momenti più duri è un aiuto per riconsiderare a posteriori quello che è successo, accettarlo e andare avanti”, conclude Charney.

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