San Valentino, con obiettività

Il 14 Febbraio è San Valentino. Lo sappiamo tutti.

L’amore ci fa star bene e ci rende felici. Almeno, dovrebbe… quando tutto funziona nel migliore dei modi.

Ecco perché vogliamo, anche in questo momento di festa, riflettere sulle situazioni in cui l’amore non ci dona felicità, anzi. Anche in questi casi, impariamo a volerci bene: usciamo dalle situazioni che generano dipendenza affettiva.

È un post in controtendenza, lo sappiamo, ma ci sembra una riflessione utile, per mantenersi vigili.

Adele H. è un celebre film di Francois Truffaut tratto dai diari della figlia di Victor Hugo. Una storia d’amore, precisa il sottotitolo.
Racconta del sentimento travolgente di questa giovane donna per un uomo del tutto indifferente a lei. Che la porterà ad umiliarsi, sottomettersi, perdersi progressivamente.

Un’altra storia simile ce la racconta la vita della geniale scultrice francese Camille Claudel, allieva e amante per oltre quindici anni del grande Auguste Rodin. La storia di un amore appassionato, burrascoso e logorante, che condiziona una vita intera e che la porterà a morire in manicomio dopo un terribile internamento durato trenta anni.

Sono due storie di passione intensa, totalizzante, ossessiva, opprimente.
E sono emozionanti viaggi nella sofferenza femminile, attraverso un percorso di ricerca disperata di affetto.
Ci sono anche tante storie comuni che, per certi versi, somigliano a queste. Che poggiano su sentimenti intensi, tormentosi, ambivalenti, distruttivi. Che fanno soffrire. Che, nonostante tutto, vengono identificate come “storie d’amore”.

L’amore ci rende sempre dipendenti. È il bello di questa esperienza travolgente e straordinaria. Diventiamo un po’ esagerati e morbosi, perché senza l’altro non sappiamo stare, non riusciamo a stare, ci manca qualcosa.
Del resto avere un legame significa “essere legato” a qualcuno.
Quando siamo strappati, contro la nostra volontà, da rapporti importanti, inevitabilmente soffriamo. Perché siamo sempre dipendenti nell’amore.

Attraverso le dipendenze più forti diamo un senso a noi stessi, ci strutturiamo. Dalle prime esperienze precoci con le figure significative che si prendono cura di noi, in genere la madre, sperimentiamo un modello di attaccamento che tendiamo a ripercorrere nelle relazioni intime adulte.

Se le prime forme di dipendenza della nostra vita sono state soddisfacenti e felici, allora, crescendo, possiamo diventare, autonomi e in grado di ricreare una “dipendenza libera” con un partner, che non ci minacci nel profondo.

Ma spesso le cose si complicano. Non siamo mai così privi di difese, come nel momento in cui amiamo, rifletteva Freud, perché nell’amore mettiamo le parti più fragili di noi. Che possono non essere abbastanza organizzate e quindi renderci estremamente vulnerabili, alla ricerca disperata di un riconoscimento affettivo, di un amore incondizionato, quello che non abbiamo mai avuto. Tentiamo di saldare crediti emotivi che appartengono ad esperienze che affondano nel passato. Qualcuno non ci ha amato abbastanza, ci ha detto che non valiamo, che dobbiamo fare di tutto per meritarci l’affetto. Abbandono, rifiuto, svalutazione, li abbiamo già conosciuti.

E allora ci tormentiamo nell’illusione di poter cambiare le cose e le persone. Siamo portati a subire e sopportare inutilmente per troppo tempo. Ci aggrappiamo ad una storia alimentandoci del rifiuto, imprigionati nell’assurda ed irrealistica convinzione di farsi amare da chi non vuole sapere di noi, non può o non è in grado.
Da chi ha difficoltà, problemi, disagi eppure noi crediamo di salvare. Da chi è irraggiungibile ma noi vogliamo avvicinare. Con le nostre stesse mani creiamo una condizione di disperazione, paura, incertezza dalla quale non riusciamo a sottrarci, pur riconoscendola insoddisfacente: non possiamo farne a meno. Love addiction è il termine inglese che identifica questa condizione, di amore distruttivo, a cui non ci può sottrarre.

Il mito dell’amore romantico, di cui è “impregnata” la nostra cultura, non ci aiuta.
Idealizza amori distruttivi e annullanti, codifica e consolida regole fasulle. Che la ricerca dell’amore è alla base della felicità, ad esempio, che il sentimento è per sempre e sopra tutto, che esiste una persona precisa per noi che può completarci, che se resistiamo e ci impegniamo allora l’altro cambierà, che per amore si sopporta ogni tipo di sofferenza.

Cerchiamo di vedere la dipendenza da questi archetipi, come un aspetto che può essere cambiato. E prendiamoci il tempo necessario per riconoscere le persone che ci trattano bene e ci fanno sentire amate. Tutto il resto sono sovrastrutture che, dietro l’apparente romanticismo, minano, invece, la vera e autentica “ricerca della felicità”.

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